“PRIMO APPROCCIO AL RITRATTO” a cura del prof. Mario Restagno

Il ritratto
Certamente la fotografia di paesaggi e natura ha un fascino particolare perché consente di visitare luoghi senza muoversi, nello stesso tempo vediamo che l’essere umano è uno dei soggetti prediletti nella ripresa fotografica. Agli umani piace raffigu-rarsi ed essere raffigurati, è innegabile, tuttavia, nella storia del ritratto pittorico è sol-tanto verso il XIV secolo che si comincia a raffigurare la persona umana, prima, per la cultura greca e romana, l’individuo non veniva raffigurato con l’intenzione di traman-dare le sue fattezze. Il primo ritratto, e il più famoso ritratto, è quello della Gioconda di Leonardo Da Vinci.

Il quadro della Gioconda di Leonardo Da Vinci (1452-1519), conservato al museo del Louvre di Parigi, è senza alcun dubbio il più celebre del mondo. Eppure, a dispetto di tanta fama, resta incerta l’identità della donna ritratta. Se domandiamo a dieci persone su quale supporto è stata dipinta la Gioconda, almeno nove diranno che si tratta d’una tela. In realtà si tratta d’una tavola lignea e, per essere ancora più precisi, di pioppo bianco di Lombardia. Le sue dimensioni sono 77 per 53 centimetri, maggiori di ogni altro ritratto creato da Leonardo Da Vinci. Quest’opera ha subito vari assalti nel corso dei secoli, sia da parte dell’umidità – che ha fatto deformare e fessurare la tavola – che da un nutrito numero di pazzi e di pazze che l’hanno colpita con oggetti contundenti, alla ricerca d’una facile fama. Per questo motivo si trova oggi protetta da un vetro anti-proiettile e in condizioni di temperatura e di umidità regolate. Sul retro si trova la cifra 316, la sua posizione nell’inventario reale e una misteriosa lettera H. Un’altra caratteristica poco nota è il fatto che è un opera incompiuta. Infatti si notano affioramenti di colori di base. Sopra, a destra vicino alla cornice, si nota un piccolo tratto color blu brillante – che non è il colore originale del cielo, come alcuni critici scrivono bensì il colore di fondo – mentre il color marrone affiora a chiazze dietro alle spalle della signora. In pratica Leonardo, come altri pittori, partiva dalla tavola di legno levigata, vi applicava del gesso duro e lasciava asciugare, poi applicava del blu nella metà alta e del marrone in quella bassa e una volta seccati cominciava a dipingere.

Il termine Monna Lisa e Gioconda deriverebbero dall’interpretazione di un passo contenuto nel ‘Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori ed architettori’ di Giorgio Vasari (1511-1564) che mai conobbe Leonardo e mai vide la Gioconda, dove parla diffusamente d’una testa, non d’un ritratto, che Leonardo dipinse per Monna Lisa Gherardini (1479-1542) andata in sposa a Francesco del Giocondo (1460-1528). Altre ipotesi, più o meno fondate, sull’identità della signora riguardano Costanza d’Avalos (Venturi, Croce); Caterina Sforza (Soes, Solari); il discepolo Salai travestito da donna (Clerici, Vinceti); Bona Sforza (in molti); la napoletana Isabella Gualandi (Vecce) e via dicendo. Tutti questi tentativi d’interpretazione lasciano però il tempo che trovano – e il fatto che recentemente a Firenze abbiano estratto il DNA dalle ossa di Lisa Gherardini, tutto sommato una massaia sposata a uno strozzino, se non fosse macabro, farebbe ridere – perché, a nostro modesto parere, Leonardo dipinse un’immagine onirica, un fantasma del passato posto davanti a un paesaggio immaginario. Lillian Schwartz nel 1995 elaborò al computer le immmagini del celebre disegno del vecchione di Torino e poi della Gioconda facendole collimare alla perfezione, mentre questo non è possibile farlo con le altre copie della Gioconda sparse per il mondo. Dunque, sia per l’immagine di Torino che per la Gioconda, Leonardo era partito dalla geometria del proprio volto, utilizzando degli specchi.

Come intuì Sigmund Freud in un suo geniale saggio sull’infanzia di Leonardo, pubblicato nel 1911, il suo sorriso conturbante è un ricordo di Caterina, la madre dell’artista fiorentino e l’unica donna che egli abbia veramente amato.

Merita accennare brevemen-te ad un altro ritratto famoso che ha segnato la storia dell’arte pitto-rica: Giuditta I del pittore austriaco Gustav Klimt. Rappresenta la cele-bre eroina della Bibbia che per sal-vare il popolo ebraico sedusse il ge-nerale assiro Oloferne per poi ubriacarlo e ucciderlo tagliandogli la testa: nel dipinto, infatti, la ve-diamo proprio mentre tiene in ma-no la testa dell’avversario. Lo stile è quello tipico di Klimt, molto deco-rativo, e che fa largo utilizzo di ele-menti dorati, che qui vediamo sia nello sfondo, ricco di elementi ve-getali, che nella veste di Giuditta, oltre che nel suo ricco collare pieno di pietre preziose. La veste si apre sul seno della donna, scoprendolo e mostrandolo all’osservatore: una certa dose di sensualità non manca-va mai nelle opere di Gustav Klimt. Sensualità che qui ha una doppia valenza, e vuole quasi invitare l’osservatore a diffida-re delle donne audaci e provocanti. Del resto, il tema della femme fatale ispirò molti artisti alla fine dell’Ottocento. Se quindi in epoche più antiche, come nel Rinascimento, Giuditta era simbolo di eroismo, coraggio, forza di volontà e amore per la patria, nel dipinto di Klimt diventa quasi simbolo di un erotismo pericoloso e crudele: prova ne sono anche lo sguardo beffardo della donna, che sembra quasi rivolgersi a chi la osser-va per indicargli la fine che potrebbe fare, e il gesto della mano destra, che invece pare accarezzare ironicamente i capelli di Oloferne.

Un tempo la creazione di un ritratto richiedeva arte e tempo. Grazie alla foto-grafia, oggi, tutto questo avviene in un istante. La facilità di eseguire un ritratto sta modificando la società. Recenti episodi di foto hackerate dal cloud di attrici o modelle famose ci fanno riflettere su quanto sia ancora importante “raffigurarsi”. Non si può dire, ad esempio, che Scarlett Johansonn possieda un book poco dignitoso. Il suo me-stiere l’ha portata a stare continuamente di fronte alle macchine fotografiche o alla ci-nepresa, immortalata dai migliori professionisti del settore: eppure scopriamo che, nel-la sua vita privata, ha ancora bisogno di raffigurarsi come una qualunque “ragazzina trasgressiva”, con autoscatti allo specchio o sul letto.

Come Scarlett, così molte altre attrici e modelle ci rivelano che il bisogno di raf-figurarsi è potente e risponde a qualcosa di profondo che spinge a rischiare le regole del pudore e della propria fama.

Anticamente i modelli rappresentavo una piccola ed esigua parte della popola-zione.[1] Per pittori e scultori non era facile trovare persone disposte a posare nude di conseguenza si arrangiavano utilizzando la propria compagna oppure pagando delle prostitute. [2] Nella fotografia il ruolo dei modelli cambia.

[1]  Caso più unico che raro nella storia dell’arte è quello di Anticoli Corrado, un paese laziale passato alla storia co-me il paese delle modelle. E in questo «paese stranissimo e pieno di meraviglie», dove artisti sposavano modelle che poi sposavano altri artisti che poi sposavano altre modelle in un intreccio pressoché infinito (famoso il caso del-le sei sorelle Toppi: Natalina sposò lo scultore Attilio Selva, Candida e Augusta furono la prima e la seconda moglie del pittore Pietro Gaudenzi, Margherita andò in sposa allo scultore svizzero Paul Osswald, Angelina diventò moglie dello scultore Domenico Ponzi…), Martini realizzò anche la fontana in piazza, poi utilizzata come sfondo per le ripre-se del film Il segreto di Santa Vittoria, con la Magnani.

[2]  Può essere utile leggere il libro illustrato di Milo Manara Il Pittore e la Modella che traccia una storia dell’arte figurativa dal punto di vista delle modelle. Cfr. Appendice I

In primo luogo tutti posso facilmente essere ripresi. Mentre posare per la pittura richiede di stare fermi per delle ore, uno scatto fotografico dura un attimo: è facile.

In secondo luogo nella fotografia la modella acquista valore rispetto al fotogra-fo. In pittura la modella viene riprodotta e reinterpretata, e quasi sempre noi non cono-sciamo neppure il nome. Mentre un tempo era un mestiere poco apprezzato o ritenuto addirittura svilente, la situazione oggi si è capovolta: appellare con il termine modella una ragazza è diventato un complimento.

Studiando la biografia e le opere di alcuni grandi fotografi vedremo prossimamente di analizzare i meccanismi che regolano la fotografia dei ritratti .

Mario Restagno

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