“Tre volte Bogotà” di Andrea Cova

Bogotà. Colombia. Tre anime di una metropoli che si estende oltre le capacità dell’occhio. Tre anime, tre architetture. Ricchi e poveri. Nel mezzo il ceto medio come vuole la tradizione. Distinti tra loro, confinanti che non si toccano. Bogotà. Luogo dell’importante mediazione che ha cambiato la storia del paese. L’accordo con le FARC, un processo lungo che ha portato il Presidente della Repubblica a vincere il Nobel per la Pace. Un processo lungo ma non ancora concluso. Piazza Bolivar pacificamente occupata da tende e cartelli che saranno tolti solo una volta definitivo l’accordo. Un presidio per la pace.Per la pace e la giustizia sociale. Bolivar. Ciudad Bolivar. Oltre un milione di anime vivono questo barrio in completa povertà. Instabili abitazioni di mattoni forati guardano, dal basso verso l’alto, i palazzi del lato opposto della città. Viene da immaginare che cosa accada nella precarietà di queste mura, non possono essere chiamate casa perché la casa è un luogo accogliente, caldo e sicuro. Queste non lo sono. Le case di Bogotà sono protette da un servizio privato di vigilanza perché te lo puoi permettere. I più fortunati di Ciudad Bolivar hanno un tetto in lamiera, alcuni hanno vetri alle finestre rattoppati col cartone e nastro adesivo. Altri dormono per strada, se così si può dire. Non puoi dormire di notte come chi ha un letto comodo. E’ troppo pericoloso e puoi solo concederti un paio d’ore di riposo in pieno giorno, magari nell’aiuola che separa le carreggiate della strada. Dormendo di notte si rischia di perdere quel poco che è stato raccattato in giornata. Sei nel mezzo di una guerra tra poveri. Poveri che rubano ai poveri. Poveri che ammazzano i poveri. Per cosa? Per qualsiasi cosa possa essere utile alla sopravvivenza. Quelle cose che se abiti nella zona ricca della città di solito butti, ma che sono un bene prezioso a Ciudad Bolivar: un bene per cui vale la pena morire. Giustizia sociale

Andrea Cova

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