“Quarantadue giorni” di Silvia Tuccitto

Passò ancora qualche giorno, ai sentimenti di rabbia presero posto quelli di malinconia, di vacio, di vuoto logorante e incessante. Mi mancava quel colore e tutte le sue sfumature. Dicevo che non era vero. E mi facevo forza da sola, mi ingannavo, ancora una volta, per sopravvivere ai giorni che ora lenti più che mai, mi travolgevano. Sono strane le mancanze, ti fanno così male pur non essendoci nulla. E se ti fa male qualcosa che non c’è allora significa che è veramente importante, che non puoi passarci sopra, che non puoi pensare ad altro. Puoi pensare, quello sì, a quanto sia stupida ad aver permesso che quel colore entrasse nella tua vita e che avessero preso la residenza, o meglio, che tu gli abbia gentilmente concesso la residenza. Lontano un miglio si vedeva che era l’ennesimo sbaglio, ma io sono una collezionista nata, non me ne perdo nessuna. Oggi ho realizzato che ti ho perso, anche se più o meno tutto è successo quarantadue giorni fa: ho rotto la corda e l’ho riparata immediatamente con dello scotch, lavoro certosino, complimentoni. Volevo che tutto tornasse come prima, volevo che mai fosse successo nulla, che non avessi detto quel che ho detto. La prossima volta mi devo ricordare di pensare, ora me lo annoto, non si sa mai. E comunque lo scotch si toglieva e io lo rimettevo, si toglieva e lo rimettevo, era un lavoro mica da poco. Ora non trovo più il nastro adesivo ma, anche lo trovassi, tu sei così distante che non riuscirei a riparare nuovamente la rottura. Mi manchi, da morire. E mi da fastidio non poter far nulla, non riuscire a trovare una soluzione definitiva, ma solo stupide soluzioni temporanee che valgono giusto il tempo di un battito di ciglia. Poi di nuovo come prima, la solita routine dei mi manchi.

Silvia Tuccitto

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