“E meglio di così ti disintossichi” di Silvia Tuccitto

Mi dissero che mi dovevo disintossicare, ma da chi, da cosa e soprattutto come, sono fatti che mai sono riuscita del tutto a comprendere appieno, quasi come il terzo segreto di Fatima o il luogo dove fosse nascosto il Sacro Graal.

E non sono paragoni azzardati, ve lo giuro.

Mi dovevo disintossicare, avevo bisogno di un periodo di “pausa”, di stacco dal mondo.

Ed era divertente come cosa, ve lo assicuro: tutti sapevano perfettamente cosa dovessi fare, tranne me.

E, dal panettiere al calzolaio, ad Adalgisa, la vecchina vicina di casa di mia nonna, si sentiva ondeggiare quel verbo magico: “disintossicare”.

“E’ quando ti leghi troppo a una persona, o cosa, e questa alla fine ti crea dei danni, ma allo stesso tempo non puoi liberartene perché ti si apre una voragine solo al pensiero del distacco”.

Ecco, se anche tu ti ritrovi in queste righe, benvenuto nel mondo della dipendenza.

Che poi, io pensavo che potessi essere dipendente solo dalle Malboro, quelle rosse, e che parlassero di questo le mille voci che sentivo.

E invece no.

Parlavano di lui, o almeno adesso ho pensato che proprio a lui fossero rivolte.

Non pensavo che potessero esistere persone percosì dire “tossiche”, ho agito sempre in buona fede e mi son fidata sempre troppo: ” hai il cuore buono”, dicevano, “stai attenta che ti fai male”.

Io non capivo, io non capivo cosa ci fosse di male a fidarsi delle persone, mi sembrava una cosa così naturale.

“Ingenua”, mi dicevano, e io ancora non capivo quella logica astrusa per cui far troppo del bene è un male, per cui “se ti affezioni troppo poi ci rimetti”.

Mi piaceva tutto di lui, e non dico solo esteriormente, mi piaceva il suo carattere, i suoi modi di fare, i suoi modi di farmi sentire migliore.

Mi faceva credere di essere speciale, e alla fine finivo per crederci pure io.

I giorni trascorrevano veloci, ero tutta un sorriso…Dio quanto ero felice…credo che nessuno mi abbia mai vista così come allora, sempre positiva, sempre allegra: ridevo alla vita e la vita rideva a me, ero in perfetta sintonia con il mondo.

Non ho dubbi nel descrivere lo stato d’animo di quel periodo, i dubbi iniziarono ad entrare con insistenza nella mia testa solo qualche anno dopo.

Era tutto un litigio.

Niente andava più bene e, piano piano, il castello che nel tempo avevamo costruito, sembrava sgretolasi, davanti ai miei occhi.

Ma io non volevo.

Non potevo permetterlo.

Facevo finta di nulla e fingevo l’armonia, come se potesse essere una cosa da poter creare dal nulla.

E lasciavo correre, lasciavo stare, ero stata così bene in passato che quasi pensavo di non avere il diritto di dire la mia, di lamentarmi.

“Non avevo nessuna voce in capitolo”, come si suol dire, ma nemmeno la reclamavo.

Stavo in silenzio ad aspettare, ad aspettare che qualcosa cambiasse e che non cambiava.

I giorni passavano, e si facevano sempre più pesanti, l’atmosfera era fatta di indifferenza e di cose non dette.

Ci guardavamo, ogni tanto, volendo entrambi dirci qualcosa, ma poi ritornavamo al silenzio, anche dei nostri sguardi.

Le stagioni passavano, come non mai; ogni mattina distruggevo il muro che la sera cresceva per dividerci, definitivamente.

Non riuscivo più a reggere a situazione, ma nemmeno a separarmi da essa.

Questa era la mia più grande dipendenza.

Avevo un dolore al cuore talmente forte che non sapevo più perché mi dovessi svegliare la mattina, ma lo stesso dolore si tramutava in piacere ogni volta che lo gurdavo: prigioniera delle emozioni mi definivo io; “tossiche”, aggiungeva la gente.

Silvia Tuccitto

E meglio di così ti disintossichi di Silvia Tuccitto

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