Viaggio in Albania di Adalberto Buzzin (prima parte)

Per arrivare in Albania ho fatto questa strada: Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia e Albania; il tempo sa di pioggia, il grigiore delle strade è l’unica compagnia colorata, qualche camion non rispetta i limiti e alza una nuvola d’acqua, il rumore del tergicristallo mi riporta a casa, la notte passa velocemente e alle prime luci dell’alba ecco il confine macedone, siamo soli, io e Luciano il cineoperatore.

Poche prassi, un sorriso rubato alla notte appena passata e incominci a percorrere le strade che una volta erano di Alessandro il Grande, il Macedone.

Siamo sul lago di Ocrid, l’Albania la vedi in lontananza, una stradina di campagna si inerpica sulle montagne, maledetta spalla, devo scalare le marce di continuo e ogni volta sento la fitta, quella fitta che mi farà compagnia ancora per qualche mese, poi passerà, passa tutto nella vita.

Luciano bestemmia, per tutti gli scossoni, alla guida li senti di meno, perchè il volante è tra le tue mani, poche case, qualche bunker, in Albania ce ne sono 600.000; pazzia del fu dittatore; il tramonto ci sorprende e dico a Luciano di scendere, così posso fumarmi una sigaretta, non vuole che fumi in macchina …., i 225 km sembrano 2500 dato che la velocità è molto bassa, arriviamo in un villaggio senza nome, veramente, 8 case, la miseria è palpabile, ci viene incontro il capo-clan, una stretta di mano, un sorriso e la porta di casa si apre; mi siedo e spiego loro il motivo del viaggio; tutti sorridono; mi guardo in giro, poche cose, un paio di pentolacce, che forse speravano in un futuro migliore, qualche sedia sgangherata, i bambini ti guardano curiosi, m’imbarazzo un po’, noto che osservano le mie macchine fotografiche e i miei vestiti; Luciano riprende le scene di vita quotidiana, le donne appena incrocio lo sguardo lo abbassano timide, la nonna sorveglia i miei movimenti, ma pare calma e tranquilla.

Guardo il cellulare vuoto, il messaggio tanto atteso non arriva … arriverà …

La cena è pronta, pane nero, qualche uovo, lardo e insalata varia, si parla dell’Italia, di calcio e di soldi, che da queste parti ne vedono pochi, anzi non li vedono proprio, il capo sbotta all’improvviso: avete paura dei morti?

No, con tante cose viste e vissute, non ci sono problemi, poi ridendo mi dice di seguirlo; arrivo davanti una piccola casa in cemento, all’interno ci sono le tombe di alcuni profeti, le date vanno dai primi ‘900 al 1927 … fa freddo, un freddo cane, ma dobbiamo sistemarci qui, la casa è piccola e non c’è posto per noi, Luciano mi guarda divertito e dice: ultima volta che parto con te, tu le cose strane le vai a cercare … sei una calamita…

E’vero, vado a cercare le cose e le storie particolari, altrimenti rimango a casa, davanti a un bel libro, se devo spostarmi, lo devo fare per avere delle emozioni forti, non per fare vacanza, devo vivere situazioni, off-limts.

Prendo il sacco a pelo, compagno di tante notti, lo sistemo in mezzo a 2 catafalchi di marmo, è la prima volta che divido una stanza con i morti, penso, sorrido e guardo Luciano che continua a bestemmiare e a sbattere la testa nei suoi pensieri.

Non trovo la posizione, un po’ per il freddo, un po’ per la spalla … un po’per la situazione anomala … apro il cellulare, in questi posti non c’è elettricità, quindi devo fare attenzione alle batterie … il messaggio non arriva, forse le montagne o la posizione strana, bloccano il tutto, speriamo di dormire per scacciare i pensieri del cuore.

A presto con la seconda parte di questo affascinante racconto di  Adalberto Buzzin

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